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Perché un’officina etica?
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Prima di provare a comprendere perché oggi l’esercizio etico debba essere un allenamento quotidiano di orientamento del pensare, dell’agire e del decidere - individuale e collettivo - è utile, per chi scrive, partire dal momento in cui tutto è cambiato, quando ha preso avvio la terza rivoluzione industriale, quella  del digitale e dell’informatica che ci ha condotti alla nostra era, l’era dell’intelligenza artificiale e dell’automazione algoritmica, l’era dell’infosfera [1], quello spazio composto da dati, documenti, sistemi intelligenti e dalle loro interazioni, paragonabile alla biosfera per gli esseri viventi, che supera la divisione tra online e offline.

Il processo di transizione digitale che viviamo oggi è figlio delle rivoluzioni dei secoli passati, con la prima e la seconda rivoluzione industriale, quando dal motore a vapore, si è passati al motore a scoppio e poi all’elettricità; passaggi che, oltre a segnare profondamente il modo di lavorare e di vivere, hanno scavato un solco indelebile nel nostro modo di pensare, determinando un cambio di rotta planetario[2], portando alla modernizzazione del mondo, la cui via maestra aveva condotto al progresso economico-industriale, configurando simultaneamente un nuovo «modello» umano: il pensiero razionale e calcolatore aveva prodotto l’uomo (rectius l’uomo occidentale) come dominatore della natura, all’apice della gerarchia degli esseri viventi, che deliberatamente aveva avocato a sé i diritti e le scelte altrui.

Il mondo moderno è infatti un mondo che si è svuotato delle «forze misteriose che lo popolavano e si è trasformato in oggetto del volere e del potere dell’uomo, come ha scritto Max Weber»[3]: la razionalizzazione weberiana indica infatti il processo storico attraverso cui la società occidentale ha progressivamente organizzato ogni ambito della vita secondo criteri di calcolo, efficienza, prevedibilità e controllo, un processo che riguarda l’economia capitalistica ma investe anche il diritto, la politica, l’amministrazione statale, la scienza e perfino la vita quotidiana.

La rivoluzione che stiamo vivendo apre dunque un nuovo orizzonte per l'umanità: nuovi principi e nuovi indicatori di crescita economica e di progresso industriale che, tuttavia, dovranno intrecciarsi con il dovere di tutelare i diritti fondamentali della persona, i principi democratici e la salvaguardia della Casa Comune[4]. Siamo così chiamati a pratiche di cura, «per mantenere, perpetuare e riparare il nostro "mondo", in modo da poterci vivere il meglio possibile, un mondo che include i nostri corpi, noi stessi e l'ambiente, tutti elementi che cerchiamo di intrecciare in una rete complessa a sostegno della vita»[5].

Gli impatti negativi di questa transizione però sono già sotto i nostri occhi, abbiamo costruito una società energivora: i data center che alimentano i sistemi di intelligenza artificiale consumano quantità crescenti di energia e di acqua per il raffreddamento, con un'impronta ambientale che compete con quella di interi settori industriali; l'addestramento e l'uso dei modelli AI richiedono minerali, hardware e infrastrutture la cui produzione grava su territori e comunità lontane; interi profili professionali vengono ridisegnati o resi superflui dall'automazione, mentre nuove forme di lavoro invisibile e sottopagato (per esempio l'etichettatura dei dati) ne sostengono il funzionamento. A questo si aggiunge un piano meno visibile, ma al quanto rilevante, alcune decisioni pubbliche e private vengono affidate a sistemi automatici di cui non comprendiamo ancora del tutto la logica; le tradizionali gerarchie delle fonti di informazione sono state indebolite, la disinformazione erode la fiducia e il dibattito comune; perfino l'attenzione è diventata una risorsa da estrarre e mettere a profitto.

Quella che viviamo è una crisi planetaria, umanitaria, ambientale e di pensiero, in cui siamo immersi senza esserne del tutto consapevoli. Abbiamo smesso di porci domande di senso e perso il tempo della riflessione, delegando alla velocità il potere di orientare emozioni, pensieri e azioni.  Sommersi da risposte, soluzioni e dati, ci siamo persi, alienati in una rapidità del progresso di cui siamo spettatori e non attori[6]. I nostri ritmi biologici non sono quelli della tecnologia, e questa discrasia ci ha fatto smarrire il pensiero lento e meditante, quello dei nostri antenati[7].

Ma dove c’è una crisi, c’è sempre un antidoto: «crisi» dal greco krísis, dal verbo krínō, significa «separare, discernere, decidere»: in origine indicava il momento della scelta. La crisi allora oggi è un nuovo bivio, l'istante in cui siamo chiamati a decidere.

Per disarmare il nostro mondo dalla guerra delle armi, delle parole e della disinformazione, dall’alienazione, abbiamo bisogno di una cura, di un antidoto che ci aiuti a pensare e a realizzare nuove forme di condivisione e comunione, forme che trovino negli applicativi dell’IA un alleato e non un moltiplicatore di disuguaglianze e ingiustizie.

Così è il momento della riscoperta e della costruzione di una nuova etica, a partire dalla sua formulazione tradizionale, che interroga l’agente umano e le sue azioni, fino alla sua  versione innovativa proposta da Luciano Floridi[8], una disciplina etica autonoma del digitale, estesa all’ecosistema e all’ambiente (come spiega Claudia Caruso in L'etica prima della governance e del diritto, a difesa dei diritti fondamentali delle persone su Officinaetica.it).

Diventano allora cruciali la ricerca del senso, l'assunzione di responsabilità e le domande che esortano il nostro pensiero critico, perché l'intelligenza artificiale, comunque la si voglia definire, non è mai uno strumento neutrale. Si discute se i suoi modelli comprendano davvero ciò che elaborano o se, come vuole la nota metafora del «pappagallo stocastico»[9], si limitino a ricombinare la forma del linguaggio senza accedere al suo significato. Ma la neutralità è cosa diversa dalla comprensione. Anche un sistema che fosse "soltanto" un pappagallo stocastico porterebbe comunque impressi in sé i dati con cui è stato addestrato, le scelte di chi lo ha progettato, i pregiudizi e i valori che quei dati e quelle scelte veicolano.

Inoltre, i modelli classificano, raccomandano e talvolta agiscono nel mondo fisico con un certo grado di autonomia, senza una supervisione umana diretta in ogni singolo passaggio, e producono effetti su una scala e a una velocità che nessuna azione umana individuale potrebbe mai raggiungere.

A questo si aggiunge il problema dell’opacità, il cosiddetto effetto «scatola nera» per il quale non sappiamo con precisione perché un sistema abbia prodotto un determinato output. All’interno del sistema neurale artificiale possiamo osservare con chiarezza l'input e l'output e persino ispezionare ogni singolo passaggio di calcolo; ciò che ci sfugge non è dunque il cosa accade, ma il perché: non siamo in grado di interpretare come quei miliardi di operazioni si traducano in un determinato risultato[10]

Da qui nascono i principali ambiti in cui etica e intelligenza artificiale si intrecciano: due elementi che, presi separatamente, restano ciascuno nel proprio campo, ma che, uniti, danno vita a qualcosa di nuovo, proprio come due atomi che, combinandosi, formano un composto dalle proprietà diverse da quelle dei singoli elementi di partenza. Nasce così l’etica normativa applicata all’IA e l’elaborazione di principi specifici, pensati appositamente per essa: la trasparenza e la spiegabilità dei sistemi, l’equità per evitare bias e discriminazioni negli algoritmi, la responsabilità, la tutela della privacy e dei dati, la sicurezza e l’affidabilità ed il rispetto dell’autonomia umana.

C'è poi il tema della governance e della regolamentazione, che in Europa ha trovato espressione nell'AI Act (Regolamento UE 2024/1689), il primo quadro normativo organico al mondo dedicato all'intelligenza artificiale che classifica i sistemi in base al loro livello di rischio e impone nuovi obblighi. La sua applicazione è graduale: dal 2 agosto 2026 diventano pienamente operativi gli obblighi di trasparenza insieme al sistema di governance e sanzioni, mentre gli obblighi più stringenti sui sistemi ad alto rischio, a seguito del pacchetto Digital Omnibus, sono stati rinviati tra la fine del 2027 e il 2028.

A questa cornice europea si affianca, sul piano nazionale, la legge italiana 23 settembre 2025, n. 132, che integra l’AI act con principi propri dell'ordinamento italiano, a partire dalla centralità della persona e dalla supervisione umana, e con deleghe al Governo per i decreti attuativi. (v. su Officinaetica.com Claudia Caruso, AI ACT e Decreti attuativi : dal 2 agosto 2026 cosa cambia in concreto per imprese e professionisti).

In questo senso l’etica diventa il nuovo e rinnovato “movens” dell’agire politico, istituzionale, sociale. Si pensi a fenomeni come i deepfake e i contenuti sintetici, capaci di indurre nuove abitudini comportamentali e di manipolare il consenso e l’opinione pubblica.

Per concludere questa riflessione, nell’hype dell’era dell’IA è fondamentale riappropriarci del tempo e del luogo delle domande, costruendo attraverso un’officina etica a uso quotidiano attrezzi ed esercizi di allenamento etico e critico. Per tali motivi nasce questa OfficinaEtica.it dall’incontro di due concetti integrati:

  • Officina, dal latino officina, richiama il luogo del fare, del creare e del trasformare, uno spazio in cui idee e competenze prendono forma attraverso la sperimentazione.
  • Etica, al greco êthos (ἦθος), "carattere, costume", rimanda invece al carattere, ai valori e ai principi che orientano l’agire umano.

La loro unione restituisce quindi l’immagine di un luogo in cui il fare incontra il senso e la responsabilità, una dimensione nella quale i valori non rimangono principi astratti, ma diventano pratiche, comportamenti e azioni concrete. Officina Etica è il luogo in cui i valori diventano pratica e la pratica genera valore.

 

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[1] Sul concetto di «infosfera» cfr. L. Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Raffaello Cortina, Milano 2017; Id., Pensare l’infosfera. La filosofia come design concettuale, Raffaello Cortina, Milano 2020.

[2] Il momento iniziale dell’ibridazione tra uomo e tecnica è molto più lontano nel tempo, risalente a milioni di anni fa, ma in questa sede si ritiene opportuno fermarci ai secoli più vicini al nostro).

[3] D. Falcioni, Reincantare la vita. L’etica del rispetto in Albert Schweitzer, in «Antonianum», vol. CI (2026/1), pp. 99-117; Per il riferimento primario alla nozione di «disincanto del mondo» (Entzauberung der Welt) cfr. M. Weber, La scienza come professione (1919).

[4] Papa Francesco, Laudato si’. Lettera enciclica sulla cura della casa comune, 2015, in particolare il cap. IV, «Un’ecologia integrale».

[5] J. C. Tronto, Confini morali. Un argomento politico per l’etica della cura, Diabasis, Reggio Emilia 2006

[6] H. Rosa, Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità, Torino, Einaudi, 2015 (collana "Piccola Biblioteca Einaudi); si veda anche A. Toffler , Future Shock, New York, Random House, 1970

[7] A. Krznaric Come essere un buon antenato. Un antidoto al pensiero a breve termine, (L. Coppo & D. Tavazzi, Trad.). Edizioni Ambiente.

[8] . Floridi, Etica dell’intelligenza artificiale. Sviluppi, opportunità, sfide, a cura di M. Durante, Raffaello Cortina, Milano 2022. Per la fondazione dell’etica dell’informazione come macroetica autonoma del digitale cfr. Id., The Ethics of Information, Oxford University Press, Oxford 2013.

[9]  L’espressione «stochastic parrots» è di E. M. Bender, T. Gebru, A. McMillan-Major, S. Shmitchell, On the Dangers of Stochastic Parrots: Can Language Models Be Too Big?, in Proceedings of the 2021 ACM Conference on Fairness, Accountability, and Transparency (FAccT ’21), ACM, New York 2021, pp. 610-623

[10] N. Cristianini, Forma mentis. La corsa per decifrare i pensieri delle macchine, il Mulino, Bologna 2026

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